Con cinema, musei e teatri chiusi, la rivoluzione digitale ci ha permesso di godere di viaggi virtuali per ammirare le opere d’arte o ascoltare musica in streaming. Le numerose iniziative ad alto contenuto tecnologico hanno messo in risalto l’importanza del digitale per mantenere viva la cultura, anche in questo momento di lockdown. Non sono mancate le difficoltà, da parte degli artisti e anche del loro pubblico, nell’adottare le nuove tecnologie, ma sembra ormai inevitabile che ci stiamo dirigendo verso un mondo ibrido, dove l’esperienza del virtuale coesisterà sempre più con le esibizioni dal vivo.

Quello che in questi giorni abbiamo sperimentato è però anche la mancanza di interazione che avviene tra i musicisti, come tra gli attori quando si esibiscono dal vivo su un palco. In streaming gli spettacoli risultano individuali, anche se a esibirsi sono i componenti di un gruppo, che vengono sincronizzati da una traccia e poi assemblati. Manca anche il pubblico dal vivo e lo stimolo agli artisti che viene dalla loro presenza, dagli applausi, dai cori, mancano i rituali che si creano sia per lo spettatore che per l’artista: l’esperienza risulta piatta e non solo in termini di qualità del suono.

Non va poi naturalmente sottovalutato il problema economico. Quanto vale la musica presentata in streaming rispetto a un concerto dal vivo? Chi sarebbe disposto oggi a pagare le stesse cifre?

La tecnologia, probabilmente, con il tempo migliorerà sempre più le prestazioni virtuali e sarà l’innovazione a guidare nuovi modelli di business per migliorare l’esperienza digitale.

Queste esperienze sono state importanti durante il lockdown e anche l’occasione per sperimentare il valore aggiunto della fruizione virtuale di diverse forme di cultura: questa volta è stata una necessità, ma dovremo trovare il modo di far coesistere le due forme, potenziando la dimensione digitale e naturalmente mantenendo viva quella fisica, comunque insostituibile.